IL FALANG ALLA RICERCA DEL PHAYA NAGA IN LAOS
di
Marco Marengo
Il Mekong è poco distante e non ho ancora notizie certe sul suo drago, anche se l’impero d’acqua e fango già serpeggia ovunque. In realtà sono qui per ragioni ancora poco chiare, ma sento che altre cose accadranno. È un po’ come se immergessi le mani nella memoria. Chissà quante storie può raccontare, o nascondere, un fiume… in questo caso ho davanti il Re dei fiumi!
La terra, immobile, è tutt’altra faccenda. Ciò che seppellisci resta lì e, se hai preso buoni punti di riferimento, ritroverai il tuo passato. Il fiume non ti permette ciò, tutto scivola. La memoria delle acque è più ampia ed imprevedibile; ciò che seppellisci nel letto fangoso può riemergere inaspettatamente proprio mentre sei lì, silente, a guardarlo affascinato.
Un geco caccia, attento e costante, la sua preda. Il geco cade nel fiume.
Il Mekong appare lento e debole, in realtà è potente ed ha un gran fiato.
Di tanto in tanto piccole imbarcazioni ne solcano la memoria. I loro motori alterano i naturali cerchi dell’acqua. Nuove storie prendono vita sul fondo…
Qui a Pakse per il momento sono isolato, dato che non parlo né inglese né laotiano. La rivista che mi ha inviato in questa strana città non mi ha spiegato il perché di questo incarico –Appena arriverai ti sentirai perso, ma poi capirai… il vero perché lentamente invaderà la tua testa. Capirai…-. Queste le parole del direttore. Per il momento non è così. Ho già scritto altre cose per questo mensile, il Namkitom, ma mai mi aveva chiesto di affrontare un viaggio così lungo. Dall’Italia al Laos in aereo è una bella tortura per chi ha paura di volare.
Vago per la città alla ricerca di risposte. È agosto e, cosa normale da queste parti, piove spesso. Pioggia fine che asciuga quasi subito visto il caldo, oppure temporali come corsi d’acqua in piena. Le strade sono pulite e la gente tranquilla. Le macchine ed i motorini avanzano come al rallentatore. I van e i took-took (ape a tre ruote che funge da taxi) è come se scorressero su un’altra pellicola: loro corrono per lavoro.
Piccoli locali a piano terra che fungono sia da bar che da abitazione. Sul davanti alcune sedie, un tavolo ed un frigo. Il retro, a vista, è già il loro alloggio. Mi siedo in una di queste realtà mixate chiedendo una birra. Da qui posso osservare l’ingresso dell’hotel, una strana struttura senza insegna e senza nome.
La gente mi ha sempre incuriosito ed ispirato per le mie storie, quindi tra un sorso e l’altro di questa birra già calda, punterò lo sguardo sul vai e vieni dall’hotel. Chissà che non riconosca qualcuno…
Il direttore non mi ha nemmeno detto quanto tempo dovrò restare a Pakse. Mi viene il sospetto che lo abbia fatto per allontanarmi da lavori più importanti. Con questo non voglio dire che mi dispiace essere qui, tutto ciò che mi circonda mi affascina e mi coinvolge.
Solo non capisco lo scopo.
Dall’hotel esce un tizio alto, magro e dal volto strano, come allungato. È ben vestito ed il suo passo è soffice, come se non percorresse le nostre stesse strade. Decido di seguirlo, per quel che ne so potrebbe essere lui lo scopo del mio viaggio.
Dove sarà diretto? Per il momento punta qualcosa laggiù dirigendosi verso la sponda del Mekong.
A malapena riesco a stabilire se è mattina o pomeriggio, qui è sempre tutto un fermento di took-took, banchetti che vendono cibo e pioggia. In pochi minuti raggiungo il grande fiume che, silenzioso e costante, sta salendo minacciando le coltivazioni di riso. Se continuerà molti perderanno il raccolto.
Il tizio si ferma, vicino ad un tempio buddista, ad osservarne l’avanzare. Tronchi, oggetti, rami ancora verdi, strani giri d’acqua.
-Probabilmente il direttore ne sa più di me- penso nel mettere a fuoco la situazione. Gli avevo chiesto di mandarmi nel Polesine, una zona nel delta del Po, alla ricerca di tracce del presunto viaggio in Italia di Lovecraft. Nonostante le mie insistenze ha sempre opposto un secco no.
Ora mi trovo qui, di fronte ad un Re che scorre, con in testa il drago che secondo le leggende (più che leggende certezze) locali serpeggia sui fondali. Oltre a ciò sto seguendo un tipo strano che sembra avere i miei stessi interessi. Alla fine il direttore, senza dirmelo, forse mi ha accontentato.
Resta da chiarire chi sia il tizio. Spero che non sia stato mandato da un’altra rivista per la stessa ricerca.
Anche lui, come me, prende appunti su un piccolo diario. A volte punta la penna sul paesaggio come se prendesse misure in aria o come se volesse dipingervi sopra. Dato l’aspetto serioso potrebbe essere semplicemente un tecnico che effettua dei rilevamenti, vista la piena che avanza per via dei temporali al nord.
Voci stridule come di bambini in pericolo.
Mi volto di scatto vagando con lo sguardo. Alla ricerca.
Sono solo maiali venduti ed infilati, con rapidi gesti, dentro sacchi di iuta.
Quando torno con lo sguardo il tizio non c’è più.
Non può essere molto distante così percorro il lungo fiume, come se lo discendessi.
I discorsi della gente, con questa parlata lenta e gutturale, mi incantano aggiungendo misticismo al tutto. I piccoli locali sulla riva non mi attirano, così decido di puntare sull’interno, anche perché la vista del Mekong inizia a turbarmi.
Il fatto di non parlare con nessuno aumenta il peso del mio disagio.
L’ansia mi coglie ed il caldo umido contribuisco ad una sua impennata. È come se fossi fuori dal tutto. Non è che mi senta solo… pressante sensazione di essere contornato dal nulla.
Stremato mi siedo sul marciapiede.
Finalmente qualche segnale, da quella che definiamo fortuna, si fa sentire. Mentre il cielo minaccia la solita pioggia quotidiana qualcuno mi parla –Tutto bene? Hai esagerato con qualcosa?- forse il tizio si riferisce ad alcool o droghe, scambiandomi per un turista da tubing, anche se questa non è la zona. Dovrei offendermi, ma non ne ho la forza e poi sono felice di ascoltare la mia lingua.
-Tutto ok grazie, ma… che ci fa un Italiano qui?- domando ancora in preda al nulla. –Potrei chiedere la stessa cosa a te, comunque ho un ristorante proprio qui-. Mi volto e noto un’insegna improvvisata. Sicuramente il locale ha aperto da poco.
-Finalmente ho trovato un porto!- esclamo alzandomi di scatto, ormai guarito dal mio malessere senza nome.
Anche lui sembra felice. Ci presentiamo. Si chiama Riccardo e vive qui con Phone, la moglie Laotiana.
Dopo pochi passi mi lascio letteralmente cadere su una delle sedie di plastica. Potenti ventilatori al soffitto rendono l’aria più piacevole.
Sono a mio agio.
Non ho né orologio, né telefonino. Riconosco che non è stata un’ottima scelta. Quando riferisco a Riccardo della mia stravaganza sorride –Pensavi che il telefonino ti avrebbe salvato? I soccorsi, se arrivano, ti portano all’ospedale, ma non risolvi nulla. Ci sono stato più volte… l’unica è andare in Thailandia per farsi curare. Ci saranno 80-100 km al confine-.
La notizia mi rilassa ed allo stesso tempo mi inquieta. D’istinto prendo il menù.
Un piatto di pasta e una birra. La moglie si avvia, con calma, in cucina. Solo ora noto che il ristorante è deserto.
Non ho fatto molta strada, ma vista la mia scarsa capacità di orientarmi, spero di ritrovare l’hotel.
Riccardo si lamenta della scarsa presenza di turisti Italiani
-Sono due anni che sono qui e ne ho visti pochissimi. Più che altro inglesi, thailandesi e francesi. Spero che vada meglio, anche perché la cucina italiana a quanto pare da queste parti non va…-.
Riccardo è un tipo particolare, spero che mi possa dare spunti per la mia ricerca. Per caso, senza chiedere nulla, il discorso si introduce da solo.
Phone si avvicina dicendogli qualcosa, lui deciso ribatte. Io osservo restando sulle mie. Appena si allontana mi traduce il breve battibecco –Sua sorella non si vuol convincere ad andare a partorire in ospedale. Per quanto carente come struttura è sempre meglio che in casa…-. Ad occhi sgranati –Partoriscono in casa?-.
-Certo! Ed è già un bene. In alcuni villaggi vanno a partorire, da sole, nella foresta-.
Tutto ciò mi fa pensare a quanto sia vasto e strano il mondo.
-Perché nella foresta? È assurdo!-. In breve Riccardo mi spiega
-ci sono antichi riti di cui nessuno conosce l’origine. Le donne vanno a partorire nella foresta, da sole, semplicemente per evitare che il nuovo nato prenda le sembianze della prima persona che vede-. Rimango in silenzio, non so come ribattere, poi –Tutta manna per le mie storie!- esclamo raggiante.
-Sei uno scrittore?-
-Più o meno…-.
Riccardo per fortuna non insiste con le domande e va avanti –Una leggenda locale, che pochi conoscono, narra di una donna che, seguendo le pericolose tradizioni, ha partorito da sola nella foresta. Il Mekong, a pochi passi, ha permesso al drago (Phaya Naga) di strisciare sino ad incontrare lo sguardo del neonato. Facili le conclusioni…-.
La moglie che giunge con il mio piatto di pasta spezza per un istante il tempo. La ringrazio e mentre si allontana –Quindi in giro c’è una specie di figlio del drago…-
-Già-
-…e del drago che si dice?-
-Qui sono convinti che esista, in Laos non è una leggenda, ma una certezza. Ma non dirmi che sei qui per il Paya Naga?-.
Taccio e mi tuffo nel piatto di pasta.
È inutile che risponda, Riccardo ormai (forse prima di me) ha capito le mie intenzioni.
-Sai, non sei il primo…-
L’affermazione mi gela il sangue.
-…è già da un po’ che c’è un tipo strano, alto e magro, che fa domande sul Mekong. Lo hai notato?-
-No, sono qui da poco…-
Trovo nuovamente conforto negli spaghetti al pesto, anche se il basilico nato e cresciuto qui non ha cuore ed anima come a Genova.
Pioggia fitta all’improvviso. Potrebbe smettere tra cinque minuti come fra tre giorni. Aspetterò incurante del tempo che passa.
Mal che vada dormirò qui se Riccardo me lo permetterà.
Un tizio entra per ripararsi dalla pioggia. Schiva con cura gli sguardi a va al bancone. Ordina qualcosa a Phone e si siede di spalle. –è lui…- sussurro a Riccardo che, con un cenno della testa, mi fa capire…
La pasta è finita, ma la notizia alimenta l’appetito. Mi alzo per ordinare e ne approfitto per dare un’occhiata al nuovo avventore.
Non riesco ad inquadrarne chiaramente il viso, è come se sfuggisse naturalmente agli sguardi curiosi.
-Sarà lui?- penso nel tornare da Riccardo che, come se avesse letto i miei pensieri –è la prima volta che entra qui-.
Sorrido soddisfatto nel ringraziare l’improvvisa pioggia. Se continuerà a cadere forse avrò l’occasione di conoscerlo e di scoprire alcune cose.
Dopo aver ordinato una birra a Phone torno sui miei passi transitando nuovamente di lato all’avventore. Il suo sguardo è sempre basso, ma tento di attirarne l’attenzione con una battuta banale –Questa pioggia… a quanto pare sembra che sia nata da queste parti e che non voglia saperne di morire…-.
Il tizio, alzando lievemente la testa –è naturale che la pioggia non muoia, altre cose dovrebbero cessare d’esistere…-.
Dopo la battuta resto immobile e guardo Riccardo che, sorridendo, alza il pollice in segno di vittoria.
Con un gesto il tizio mi invita a sedermi. –Ottima occasione!- penso mentre scosto la sedia e mie accomodo.
Nel mentre i contadini stanno lottando per salvare i loro raccolti dalla forza del Mekong…
Saltiamo le presentazioni sorridendo sul fatto che siamo semplicemente Falang.
Nonostante l’anonimato le parole che seguono mi suggeriscono una precisa idea sull’identità del tizio –Sono qui per cercare ciò che ho creato. Il mio analista sostiene con forza che non può esistere, malgrado ciò mi ha proposto la sfida: vai e cercalo, se non lo troverai sarai guarito-.
Ribatto con sincerità –Io sono stato mandato qui da una rivista senza una precisa motivazione, ma poi ho capito…-
La pioggia aumenta, come se volesse coprire la prossima battuta…
-Anche tu sei qui per il drago?-
Taccio e lo osservo. Lo prende per un sì.
-Io sono qui per cercare Cthulhu. Il mio analista sostiene che non esiste, ma sono io che l’ho creato!- il tono si alza e quell’uomo così calmo e pacato muta d’improvviso.
La regola è restare calmi di fronte ad un matto. Di certo non mi spaventa, ma non oso dirgli che non può essere Lovecraft dato che è morto da tempo.
-Forse siamo qui per lo stesso motivo… Cthulhu ed il drago potrebbero essere la stessa cosa…-
L’osservazione lo affascina –Potremmo unire i nostri sforzi!- esclamando con forza, come se una nuova vita gli si parasse davanti.
Sto per ribattere quando si alza e se ne va, senza cenni né saluti.
Non tento di fermarlo, so che lo rivedrò qui.
Torno da Riccardo. Finiamo la birra insieme, in silenzio. Phone mi sorride mentre la pioggia cessa.
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Ricapito da Riccardo e lo trovo lì, seduto nello stesso posto. Mi avvicino e senza dir niente mi accomodo.
Il dialogo riprende con naturalezza…
-Anziché starcene qui a bere dovremmo andare alla ricerca del drago- affermo con decisione.
-Di Cthulhu intendi…- precisa il tizio, sorridendo.
Entrambi giungiamo alla temporanea conclusione che per il momento non ha senso muover passi. Molto meglio inseguire che raggiungere così, filosofeggiando, continuiamo i nostri discorsi sulla natura di ciò che agita i nostri cuori.
-Le mete di ognuno di noi sembrano discostarsi, ma è come se andassimo incontro ad una conclusione identica, anche se frammentata nei sogni individuali- detto ciò mi rendo conto che la pioggia mi tratterrà nuovamente da Riccardo… CONTINUA…
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