RINO OTTONARO
Ero venuto da lei
per parlare con voi
ma tu non c’eri
Sono nato l’otto Gennaio del 1940 ma, sulla mia carta d’identità, vi è scritto il quindici. In quel periodo era consuetudine che le figlie maggiori accudissero gli ultimi nati.
Mia sorella Nina, la primogenita, mi raccontava che ero nato sottopeso, scuro di carnagione e che piangevo e strillavo giorno e notte. Ero il quinto e mamma ne avrebbe partoriti altri quattro.
“Mamma mia quant’è brutto ma’. Speriamo che muore che mi
sembra ‘nu zucculoni!”, si lamentava Nina.
E mamma: “E smettila! Ascoltami, questa sera dagli il papavero1 che se si sveglia tuo padre…! Piuttosto invece di reclamare cerca di andare all’anagrafe e registrare stu povru piccinnu”.
“Uffa che fretta, madonna mia” rispondeva Nina. Siccome non mi decidevo a morire, Nina mi fece nascere una settimana dopo,
il quindici appunto.
Da quel giorno in famiglia mi chiamarono lu Neru.
Nei miei primi anni di vita chi mi stava attorno era fermamente convinto che mancino fosse sinonimo di sinistro, diabolico.
Mia sorella Jole, per esempio, che è sempre stata una bigotta, alla mia prima forchettata partiva con una raffica di schiaffetti sulla testa e sulle spalle ringhiandomi:
“Ma cosa fai? Così dai da mangiare al demonio. Quello è dispettoso, scemo! E’ Lui che ti fa pisciare mentre dormi. La vuoi capire sì o no, mucculoni!”
Nina, la primogenita, anche lei mancina, non credeva a fioretti fatti in onore di Santi e Madonne. Jole le strillava mentre Nina mangiava tranquillamente senza degnarla né di uno sguardo né di una parola.
“Poi a chi tocca cambiare quelle lenzuola puzzolenti, allu Neru? A me! Santu Cosimu mio! Cosa ho fatto di male? Guarda che sono stufa, sai? E tu vergognati! Piscialiettu!”
Mollandomi un’ultima sberla sedeva a tavola, non prima di aver fatto un frettoloso segno della croce.
In quella crociata contro il Male ci si mise anche il Maestro Santoru.
“Chiamatemi Professore”, diceva. “Io ho studiato dai Gesuiti”.
Io non capivo la differenza, avevo sempre fame e aspettavo il suono della campanella…ci davano riso e patate in una scodella d’alluminio e come dessert un quadratino di marmellata pressata in una carta trasparente.
Il Professore, vistomi distratto, mi chiamò alla lavagna e non appena afferrai il gessetto per scrivere le prime vocali, con voce autoritaria, mi intimò di rivolgere il palmo della mano sinistra all’insù, dove mi diede delle tremende bacchettate. Furono tanto il dolore e la paura che mi pisciai letteralmente sotto.
Negli anni successivi, quelle rare volte che istintivamente intingevo la penna nel calamaio, mi rifilava le solite bacchettate e probabilmente fu a motivo di questo che al mattino, avviandomi a scuola, mi veniva regolarmente il mal di pancia.
Quando infine, in quinta elementare, il Prof. Santoru mi rimandò a settembre smisi definitivamente di andare a scuola e, per fargliela pagare, visto che il suo percorso abituale era la Via Appia, di nascosto gli tiravo delle pietre. Cambiò direzione.
Tempo fa, leggendo un sondaggio, ho scoperto che i mancini hanno il 10% in più d’intelligenza e spirito di iniziativa.
E me lo vieni a dire adesso? A settant’anni suonati e con un piede nella fossa!?
Bisognerebbe dirlo per primo al prof. Santoru, poi ai fabbricanti di utensili, a quelli di chitarre e tastiere e ancora a chi progetta vetture, computer, bottoni, cerniere: tutto è pensato per i “destri”. Perfino le bustine plastificate a protezione delle cialde di caffè ero solito aprirle con le forbici, per poi accorgermi che vi è una piccola tacca in alto a destra per l’apertura a strappo.
E che cavolo! Dopo che per una vita mi sono dovuto barcamenare come se avessi il mondo contro, adesso mi vieni a dire che sono più intelligente della media?
Ricordo che in quel periodo arrivava zia Coca (la zia non sniffava, è il diminutivo di Cosima), sempre elegante nei suoi vestiti di seta con dei grandi, coloratissimi fiori stampati, indossati con sfacciata disinvoltura su un fisico “a pera”.
Ci raccontava che suo papà, ovvero mio nonno Luigi, era figlio illegittimo di una relazione fra una nobildonna e un alto prelato e che, per evitare uno scandalo, fu affidato ad un istituto dove studiò fino all’età di diciotto anni.
Con questa storia la zia ci sfinì fino a quando, ormai ottantenne, il Signore la chiamò a sé, con grande sollievo di tutti.
Ci sono comunque alcuni indizi che avvalorerebbero queste origini pseudo religiose e altolocate.
Uccio e Gino, primo e secondogenito, sono cattolici così come le mie quattro sorelle.
Io per un periodo ho fatto parte di una Chiesa Cristiana Fondamentalista, di quelle pericolose per sé e per gli altri.
Arturo, ultimogenito che vive a Londra da quarant’anni, sposato con una ragazza inglese da cui ha avuto due figli, nel dicembre del ‘79 ci invitò a passare le feste natalizie da lui.
La domenica, con lui, seguimmo il culto in una Chiesa Battista. Scoprimmo che era un importante membro di quella comunità.
Quando tornai a Brindisi, nel ’75, mio fratello Bruno, quartogenito, anche lui sposato con due figli, beveva fin dal mattino e fumava come un turco. Miracolo!!!
Da un giorno all’altro smise tutto, si era convertito alla Chiesa Mormone. In questa comunità è prassi fare ricerche sull’albero genealogico dei fedeli e fu così che individuarono il primo Ottonaro, nonno Luigi appunto, nato intorno al 1870.
Quel cognome indicava coloro che all’epoca lavoravano i finimenti in ottone per cavalli.
Il nonno fece il commerciante per tutta la vita, così come mio padre e successivamente, raggiunta la maggiore età, noi figli maschi seguimmo le loro orme.
Questi sono ancora indizi, ma la prova vivente è secondo me mio fratello Gino, il secondogenito, chiamato da sempre Il Principe, che abita a Torino.
Gino ha un’ottima cultura, elegante, di aspetto gradevole, capelli tipo Mastroianni ne La Dolce Vita, sicuro si sé. In famiglia si dice che possegga circa ottanta paia di scarpe ognuna con i suoi
ometti.
Un guardaroba che farebbe invidia ad un rampollo di una delle più ricche famiglie di Torino.
La casa di Gino potevamo solo immaginarla dalla descrizione che faceva Uccio quelle poche volte che veniva invitato.
“Mi sembra stile Belle Epoque”, diceva mio fratello. “E’ piena di pezzi d’antiquariato, porcellane di Limoges e quadri di pittori del ‘900”. Fra tutti, quello che prediligeva fra i tanti artisti, era Annigoni.
Il Principe è permaloso, suscettibile e scontroso.
Se qualche tipo osa contraddirlo durante un civile dibattito, Gino civilmente manda affanculo il buzzurro, definizione che usa spesso.
Da cinquant’anni è abituale cliente del Bar San Carlo in Piazza Vittorio, tradizionale ritrovo della gente bene di Torino.
Tra l’altro non sopporta tutto ciò che viene dal sud, come per esempio cibi molto speziati, abiti fatti con materiali sintetici ma soprattutto quei tipi torvi con pance prominenti che passeggiano impettiti per le strade, mentre portano con una mano una busta di plastica come fosse firmata da Gucci con dentro cipolle e, con l’altra, un cellulare incollato all’orecchio, sbraitando continuamente e dandosi arie da manager.
Non risparmia neanche il centro-sud e in particolare Brindisi.
Viverci? Per carità. Una capatina ogni tanto, giusto per salutare i vecchi amici!
“Ma lo sai”, disse una volta a mamma, “che quell’imbecille di tuo figlio Rino ha sperperato una fortuna in cene offerte a cani e porci e che per questo è sempre nella merda? Ma come si fa”.
Gino ha inoltre paura dei nuovi virus portati dalla globalizzazione, sconosciuti ai nostri anticorpi.
“Tanto in questo paese di merda non ci facciamo mancare niente”, diceva disgustato.
Negli anni ’70, quelle poche volte in cui mi chiedeva un passaggio (odia guidare), si faceva dare uno strofinaccio pulito da mamma che adagiava sul sedile posteriore. Sedeva impettito, le mani appoggiate sulle ginocchia. Poi scendeva attento a non sfiorare lo sportello e mi salutava con un “Fai schifo!”
Aveva ragione.
In ogni vettura, anche la più lussuosa che ho avuto, dopo tre mesi spuntava il prezzemolo da sotto i tappetini.
Il Principe è un rompicoglioni di prima categoria, ma sa anche essere generoso come quella volta che partecipò ad un Lascia o Raddoppia condotto da Gambarotta per rispondere a domande su commedie musicali italiane, dove promise in diretta che, se avesse vinto il premio finale di duecento milioni, metà li avrebbe donati ai canili più disgraziati.
Dopo quattro o cinque puntate arrivò alla serata finale. Per quell’occasione fu invitata Delia Scala. Sbagliò l’ultima domanda. Il Principe, se in televisione vede un cane soffrire, cambia immediatamente canale mentre qualsiasi sciagura umana lo lascia indifferente. Ma non toccategli i cani!
Intendiamoci, non ho niente contro Gino anzi per alcuni aspetti ne sono orgoglioso, per altri…
Riguardo alla mia stravagante e nobile bisnonna penso a cosa sarebbe successo se la sua tresca con l’Alto Prelato fosse stata scoperta oggi. Apriti Cielo!
Importanti conduttori di talk show e riviste di gossip le avrebbero offerto cifre da capogiro per averla come ospite o per delle interviste osé ma, tante belle ragazze, si sarebbero sentite tradite dalla sfacciataggine della mia bisnonna. L’invidia le avrebbe fatte rosicare…ma di brutto! Dico…con un Alto Prelato! Mica con un calciatore o un tronista qualsiasi!
Una di queste ragazze la immagino così:
“Cambia il pannolino al bimbo, per favore”, chiede la bella neomamma all’amica Flora, taglia 54, con maglietta taglia 46 che le lascia scoperto il pancione con piercing sull’ombelico. “Faccio un bel bagno caldo: ho i nervi a pezzi”.
“Cos’hai? Cosa ti è successo?”, le chiede Flora, guardandola con occhi languidi.
“Mi chiedi cos’ho? Ma l’hai vista quella zoccola che si spaccia per una nobildonna? Manca solo che spargano petali di fiori dove cammina. E poi mica è andata a letto con un muratore, la troia. Nooo… Si è fatta strapazzare da un alto prelato. Sì, uno di quelli vestiti di rosso. Lei sì che ha capito tutto, mentre io, come una stupida, ho passato in rassegna tutte le squadre di calcio giovanili dei grandi club alla ricerca del futuro campione. Nisba, nada, niente! Tutti già accalappiati, prenotati dalle veline. Pensa, hanno fatto un sondaggio su un campione di ragazze di tutta Italia su quale fosse la loro massima aspirazione. Prova a indovinare?”
“La manager”, risponde la Flora, visto che è laureata in marketing. “Mi fai cadere le braccia. Ma come ti viene? La velina! La maggioranza ha risposto la velina! Che schifo di società. Non se ne
può più, guarda”.
“A proposito come va col tuo compagno?”, le chiede Flora.
“L’ho mandato affanculo”.
“Noo! E come mai?”, esclama gongolando la Flora.
“Eh, come mai. Voleva restare con mammina fino ai quarant’anni e mentre prendevo il bambino per andare via si è messo a strillare: Tanto c’è tempo per mettere su casa. Cosa cambia? Uno spettacolo nauseante, credimi. Si strappava i capelli come una checca isterica. E la madre? Mi guardava disgustata,‘sta stronza”.
“Hai fatto bene! E adesso dove vai?”, le fa Flora, togliendole un immaginario capello dall’elegante cardigan di cachemire.
“Vado a fare due passi in Piazza san Pietro. Ci vediamo dopo, hai visto mai?”
E infine mi piacerebbe pensare che il mio bisnonno abbia buttato alle ortiche il suo ornamento sacerdotale e si sia dato alla bella vita, dopo che le alte sfere l’avrebbero sicuramente mandato in un paesino sperduto, a salvare le anime di quattro vecchiette arteriosclerotiche.
Non so quanto avranno influito il papavero e i mantra di Zia Coca nella mia vita, ma so che dal ’52 la mia età cerebrale si rifiutò di crescere in armonia con quella fisica. Arrivai a possedere quattro vetture come fossero giocattoli senza importanza e, in altri periodi, a non avere i soldi per le sigarette.
Fu anche l’anno in cui vissi alcuni episodi traumatici:
• La morte di mio padre.
• Guarigione dall’enuresi: la notte mi pisciavo a letto, in particolare d’estate per le scorpacciate d’anguria!
• Fui rimandato a settembre per il rilascio della licenza di quinta elementare, che presi successivamente all’età di trentasette anni.
• Inizio e fine di sette attacchi epilettici.
Ho sentito di sfuggita, per radio, (guardo poco la TV… ci sono certe facce!) che ci sono due tipi di epilessia; quella del lobo centrale che ha come effetto quello di rendere le persone rancorose, rabbiose, cattive e volgari e quella del lobo laterale che, in quel momento inconscio e senza tempo, sembra dia la facoltà di sentire musica e di vedere pittura e parole. Tutto questo in modo ineffabile, indescrivibile, che ingentilisce il carattere. Se fosse così, dovrei ringraziare il Cielo, sono proprio curioso di sapere se questa notizia corrisponde a verità, vedrò.
Infine, con mia grande sorpresa, si scatenarono le ghiandole sessuali.
Altro che indiani e cowboy. Nei momenti di noia me lo gingillavo continuamente. Una volta lo avvolsi in una fettina di cavallo che mamma cercò invano per tutto il giorno.
Niente di che. E poi c’era la fame, tanta fame.
Nel dopoguerra, mio padre Vincenzo, aveva in affitto tutto il piano terra di un locale al di sotto di Piazza Santa Teresa, dove è collocata una grande Vittoria Alata in marmo bianco.
All’ingresso vi erano due enormi ancore di una corazzata (Benedetto Brin?) con relative catene, ogni anello pesava circa una trentina di chili.
All’interno un caos di relitti d’ aerei, reti antisommergibile, ancore di antimonio prive del fusto centrale ormai marcio che aveva lasciato al centro un vuoto di una ventina di centimetri per trenta, collocabile ad almeno duemila anni prima. Si fondevano!!!
Anfore identiche a quella che usano nello spot di un amaro dove due tipi mascherati da Indiana Jones compiono un’operazione di salvataggio a bordo di un piccolo aereo rosso.
I palombari le frantumavano incazzati, quando mio padre diceva loro che al momento non interessavano a nessuno.
Il mio passatempo era rappresentato da una cassetta di metallo grigia, di circa sessanta centimetri per trenta, in origine un contenitore di proiettili, piena fino all’orlo di monete di tutte le epoche e di forme diverse.
Mi divertivo per ore a dividerle per diametro. Alcune le lucidavo: veniva fuori tutta la bellezza del bronzo, del nichel e dell’ottone.
Il mio tesoro mi fu fregato da un giorno all’altro. Un verme invidioso aveva fatto la spia al Comando Alleato dicendo che mio padre comperava materiali di loro proprietà.
Ovviamente in quell’enorme deposito vi era qualcosa che apparteneva agli alleati. Ricordo delle scarpe fin sotto il polpaccio con una miriade di gancetti e cinghie spesse tipo corda con fibbie in acciaio.
Senza alcuna distinzione sequestrarono sino all’ultimo piccolo pezzo di rottame, compresa la mia cassetta, con i camion impiegarono due settimane a portare via tutto.
Rimase solo l’eco dei passi di papà.
Dopo qualche mese mio padre aprì un nuovo deposito a cielo aperto, alla destra del Canale Pigonati, sempre di recuperi marittimi su circa millecinquecento metri quadri.
Fece montare alla buona una recinzione e una casetta di legno di circa dieci metri quadri.
D’inverno sembrava la grotta di Betlemme; solo che ci dormivamo io, otto anni, e Gino, dodici, come guardiani!!!
Al mattino presto ci dava il cambio Uccio, affinché noi due potessimo andare a scuola.
“Muviti Neru! Che è tardi”, mi urlava Gino.
Brindisi ha un porto naturale diviso dal Canale Pigonati. In quello esterno erano ormeggiate le navi alleate più grandi, in quello interno quelle di stazza media, tutte grigio ferro con enormi numeri bianchi sulla prua.
Era un continuo viavai di mezzi da sbarco che caricavano e scaricavano merci e marinai dall’aria allegra, in divisa bianca con finiture blu, pantaloni a zampa d’elefante e cappello tipo Braccio di Ferro.
Un tardo pomeriggio sentimmo dal largo cantare a squarciagola: E’ ARRIVATO L’AMBASCIATORE! Era Giuvanni Scursedda, il più simpatico dei tre o quattro palombari che vendevano rottami a mio padre.
Quella canzone annunciava sempre un buon bottino.
Quando la barca attraccò dove avveniva lo scarico, papà si accorse che a bordo c’era un siluro. Preoccupato gli chiese:
“Giuvà, cia ma fari?”
“Viciè!”, gli rispose Giovanni tutto eccitato. “Non ti preoccupare, Viciè! Ci facciamo una barca di soldi, Viciè!”
In poco tempo, con corde e pulegge sollevarono il siluro e lo depositarono sulla banchina. E papà:
“Giuvà, ce tieni ancapu?”
“Viciè! Qui dentro c’è almeno un quintale di tritolo. Lo dividiamo in tanti panetti da un etto l’uno e lo vendiamo
ai bombaroli Viciè!”
Poi partì a razzo.
Tornò con una mazza da fabbro da venti chili e cominciò a martellare il siluro come un forsennato. In tre o quattro lo bloccarono immediatamente. Giovanni aveva gli occhi rivolti
all’insù, con un filino di bava che gli colava dalla bocca. Sembrava incosciente del pericolo che avevamo corso.
Se il siluro fosse esploso, sarebbero saltate in aria metà del canale e tutta Sant’Apollinare, la spiaggia dei vip con le cabine bianche e blu.
Papà avvertì la Capitaneria di Porto: arrivarono gli artificieri.
Al porto si era già sparsa la voce: tutte le barche si recarono a largo e cominciò a formarsi un cerchio intorno alla zona di mare dove l’ordigno sarebbe stato fatto brillare.
Era un sereno pomeriggio d’estate.
A circa duecento metri di distanza guardavamo quella scena.
Ad un tratto vedemmo alzarsi una colonna d’acqua alta quanto il monumento al Marinaio d’Italia, seguita da un boato.
Al ritorno vedemmo che ogni barca aveva, chi più chi meno, del pesce a bordo.
Il mio compito era scaricare proiettili di pistola e fucile.
Anche in quel deposito si erano accumulati relitti di ogni genere: eliche di alluminio “duro”, pezzi squarciati di alluminio “dolce” delle carlinghe d’aerei (di nascosto da Gino lo leccai…era amaro!) e tanti tanti proiettili di ogni calibro e propellente di ogni genere, color caramello. In quelli più piccoli aveva la forma di pastina per il brodo in quelli più grandi di pasta zita. Il tutto sparso a mucchi un po’ dappertutto.
I più pesanti li disinnescava Uccio. Rivolgendo la punta verso il mare e inclinando il proiettile a quarantacinque gradi, dava un colpo deciso sullo spigolo della banchina e la punta finiva in acqua. Ormai inoffensivo, si recuperava l’ottone del bossolo.
Ho mandato una lettera al Comandante della Capitaneria con una mappa. Sono convinto che decine di quegli ordigni siano tuttora in quel punto.
Con lo stesso metodo di mio fratello davo una martellata al proiettile, inclinandolo sul bordo di un’incudine. Un giorno iniziai a scaricare proiettili che mi sembravano di pistola, solo un po’ più grandi. Ma, già alla prima martellata il proiettile scoppiò: le scintille innescarono una reazione a catena. La mezza zita fischiava dappertutto! Lampi di fuoco che si esaurivano rapidamente. Un attimo che non finiva mai!
Io Uccio e Gino rimanemmo immobili come statue.
Il primo a parlare fu Gino:
“Che minchia fai, Neru! Butta a mare ‘sti proiettili di merda, cuggioni!”
Erano proiettili tum-tum.
Spesso mi mettevo a pescare i cuggioni. Vedevo in trasparenza orate, cefali, cazzi-di-re. L’unico che abboccava sempre era il cuggione: se dai ad un ragazzino un pezzo di spago e come esca una caccola lui lemme lemme abbocca sempre.
Al deposito giocavo per delle ore, scavando buche che riempivo di mezza zita spezzata in due.
Pressavo con terra e pietre, sistemavo la miccia a distanza di sicurezza, davo fuoco e il tutto saltava in aria per un paio di metri. Alle volte Giuvanni non aveva voglia di cercare rottami e se ne tornava con cestoni pieni di frutti di mare. Ricordo ancora il profumo inebriante dei tiratufuli, i tartufi di mare.
Mio padre mi mandava subito a comperare un paio di bottiglioni di vino bianco. Per andare dovevo prendere la barca di Lu Mutu che faceva il traghettatore dal Canale Pigonati, fino al centro del porto.
Si diceva che una volta Lu Mutu, mentre traghettava una turista, le fece capire a gesti che se, non gliela avesse data, avrebbe tolto il tappo che sta sul fondo della barca.
Non so come andò a finire, so solo che avevo una gran paura ogni volta che mi trovavo a bordo di quella enorme barca.
Al ritorno trovavo bucce di frutti di mare sparsi un po’ ovunque. Sul finire mio padre mi metteva in piedi sul tavolo e mi diceva: “Canta a papà”.
Fin da piccolo ho sempre avuto una voce intonata.
Conoscevo solo due canzoni ‘O carcerato e Malafemmina.
Finito il mio numero papà dava un’occhiata agli amici mentre io scendevo dal tavolo con una piroetta. È in quei tre o quattro anni che mi rifugio quando sono giù di morale.
Sant’Apollinare era la spiaggia dei vip, bella come i primi film di Elvis nei Mari del Sud, con un gran bar al centro e una lunga serie di cabine bianche e blu ai due lati, con alle spalle una profumata macchia mediterranea che si perdeva a vista d’occhio. Sull’altra sponda, subito dopo le alghe che al sole emanavano uno strano e caratteristico odore, venivano i giunchi che i pescatori usavano per intrecciare le nasse. Il tutto su dune di sabbia incontaminata di un colore simile all’oro pallido.
È stato spazzato via tutto: le dune sono diventate cumuli di poliestere imbevute di petrolio, buste e bottiglie di plastica. Infine tutta la spazzatura veniva rilasciata dalle correnti su quelle spiagge che non avrebbero avuto nulla da invidiare a quelle sarde. Sant’Apollinare era frequentata da giovani belli, abbronzati e sorridenti. Quelli che venivano dalla provincia si notavano subito: avevano costumi da bagno di lana neri o blu che gli arrivavano sopra l’ombelico. Un giorno in città si mormorava che la sera prima il guardiano aveva sorpreso un gruppo di ragazzi e ragazze di Brindisi che facevano un’orgia.
In quei primi anni ’50, se toccavi una tetta ad una ragazza rischiavi una coltellata oppure una serie di sberle date pubblicamente per lavare l’onore della famiglia.
Tutta la città ne parlava; iniziò la caccia ai nomi delle ragazze e dei ragazzi che avevano preso parte all’orgia.
Filtrò solo un nome: quello di un bel ragazzo, amico del Principe, che venne a trovarmi quindici anni dopo all’Aurora, un locale a Grugliasco di Torino, dove cantavo. Le arie che si dava! Era entrato a far parte come cantante nella band degli Asternovas dopo la morte di Buscaglione, band che si sciolse dopo un paio d’anni.
Gli chiesi: “Ma tu partecipasti o no a quella ammucchiata di tanti anni fa?”. Non mi rispose né si né no, rideva solo come un allocco, poi mi disse, con aria di sufficienza:
“La O la devi pronunciare così…”, facendo la bocca a culo di gallina. “Perché è la vocale più difficile nel canto”.
Io, ancora sotto l’influenza di quel consiglio, risalii sul palco con una O stampata sulla bocca e dissi al capo orchestra:
“..acciamo ..oce e ..otte” che era il mio cavallo di battaglia.
Alla fine del pezzo, durante l’applauso, tutto contento guardai il bel ragazzo e pensai: “ ‘Fanculo a te e alla tua O di merda”.
Alla morte di mio padre, Nina, era già sposata da due anni.
Rimaneva mamma con cinque figli maschi e tre femmine.
Uccio il più grande aveva diciannove anni; Marisa la più piccola due. Io quasi tredici. Gino trovò lavoro presso la latteria Angelini, in quel periodo l’azienda più importante per la produzione e distribuzione di latticini e per il più squisito gelato della città. In breve riuscì a far assumere anche me. Dovevo consegnare il latte in bidoni d’alluminio di diverse grandezze alle piccole rivendite
di periferia, con un pesante triciclo dotato di un enorme pianale davanti.
Avevo appena compiuto quattordici anni quando presi il libretto di lavoro con la qualifica di manovale edile.
Era tradizione che il nuovo assunto, dopo la prima settimana di paga (11,800 lire), al sabato sera andasse a puttane.
Alcuni muratori mi tesero un tranello e con una scusa mi portarono giù al Rione Perrino in un bordello a conduzione unifamiliare gestito da N.C., la più vecchia e famosa zoccola di Brindisi. A quell’epoca aveva circa cinquant’anni: cento lire a marchetta. Le gambe mi tremarono, ma fu più facile di quanto pensassi! Merito senz’altro dell’esperienza della tipa!
Quando uscii, i vecchi videro che avevo superato la prova e contenti con pacche sulle spalle se la ridevano:
“Ha vistu lu Piccinnu! Mannaggia chi te muertu!”
Quell’estate si doveva stendere una gettata di cemento su un tetto che non finiva mai della casa di un contadino.
La squadra era composta da una ventina di persone, divise in tre gruppi. Il primo gruppo impastava continuamente il cemento solo con la pala. Betoniere, gru, caschi di protezione… e chi li aveva mai visti!
Il secondo doveva continuamente portare a spalla una caldarella strapiena d’impasto, salendo una scala a pioli di circa tre metri. Il terzo spianava e rifiniva l’impasto.
Io ero nel secondo gruppo e non si potevano fare soste per le caratteristiche stesse del cemento.
A lavoro finito, per tradizione, il proprietario della casa avrebbe offerto un pasto abbondante a base di orecchiette, involtini e polpette. Molti di noi un pranzo così lo facevano un paio di volte l’anno. Finimmo alle otto di sera, ma già dalle prime ore del pomeriggio ero a pezzi. Nelle ore finali speravo quasi di cadere dalla scala ed avere così un alibi per smettere.
Da dietro sentivo: “Giovane! Forza bello sù! Muovi il culo dai!” Finchè, con le lacrime che si mescolavano al sudore e completamente stordito, mi accorsi con un sospiro di sollievo che la gettata era finita.
Il giorno dopo mi ricoverarono d’urgenza: ernia strozzata.
Dopo qualche settimana di convalescenza, tornai al lavoro.
A mio fratello Arturo, l’Inglese, raccomandai di non spifferare a nessuno dell’operazione all’ernia. Pensavo che sarebbe stata vista come una menomazione sessuale.
Dopo circa un mese, mandarono alcuni di noi a disarmare l’impalcatura in legno della gettata a casa del villico.
Erano tutti armati di piedi di porco. Io dovevo ordinare le tavole, dividendole per grandezza e schiodarle con tenaglie e martello. Nei momenti meno frenetici dovevo raddrizzare i chiodi uno per uno: è vero!
In mezzo a quel polverone misi un piede su una tavoletta col chiodo rivolto in alto. Portavo scarpe da tennis leggerissime, da quattro soldi. Un tipo taciturno si chinò, mi sradicò il chiodo, mi tolse la scarpa e con una tavoletta incominciò a picchiettarmi deciso la pianta del piede. Dopo qualche minuto era macchiata di sangue.
“Come la senti?”, mi chiese.
“Mi fa male”.
Continuò con più foga. “E adesso?”
“La sento addormentata”.
Si tirò su, lanciò la tavoletta alle sue spalle e mi disse:
“Cammina scalzo sulla polvere”.
“Ma...?”
“Si rimargina, fidati”.
Dopo un po’ di giorni, mentre si stava intonacando il parapetto di una villa, all’estrema periferia della città, circondata da campi di grano maturo, ad un tratto Cacafavi ci fece segno che a circa una sessantina di metri di distanza vi era una coppia che faceva l’amore.
Cacafavi, acquattandosi seguito da tutti noi, incominciò a dire con voce roca: “Sta rascunu vagnù! Sta rascunu!”
Tutti e cinque sbirciavamo la coppia che aveva già fatto un vuoto nel campo di grano per il da fare che si davano. Dopo alcuni minuti che ci stavamo godendo quello spettacolo,
Cacafavi non riuscì più a trattenersi e, alzatosi in piedi, si mise a urlare: “Rascala vagnò! Rascala a ‘sta zoccola!”
Ad un tratto vedemmo la coppia mettersi in ordine i vestiti e scappare, fino a scomparire del tutto.
Fu come quando si interrompe un film sul più bello, mentre i due interpreti si stanno baciando, e tutti ancora eccitati ci mettemmo a sbraitare contro Cacafavi prendendolo a male parole.
Culo Nero, che era un tipo tutto peloso e che come seppi in seguito era ricchione, fece:
“Ragazzi, perché non scommettiamo a chi ce l’ha più grosso?”
Dopo un attimo di sbalordimento ci tirammo tutti giù i pantaloni e, mentre gli sguardi di ognuno passavano sugli attributi degli altri, Cacafavi si bloccò, incredulo mi guardò e mi disse: “Mannaggia chitemmuertu, faci schifu!”, seguito a ruota dallo sguardo del resto del gruppo.
Non ci potevo credere, nell’eccitazione e nell’euforia di quella scoperta, presi a sbatterlo con forza su un mattone forato con l’intento di ridurlo in briciole!
Ah! Se fossi riuscito a frantumare quel mattone sarei entrato nel Guinness dei Primati! Invece la sera, una volta a casa, mi accorsi di essermi procurato una ecchimosi con tutte le gradazioni del viola. Per non parlare di tutte le volte che lui tentava di rizzare la testina, mi faceva un male boia e allora, mogio mogio, si rimetteva a cuccia.
Mia sorella Nina, che si spacciava per sarta, riciclava i pantaloni di Uccio e Gino. Con qualche ritocco li indossavo io poi li adattava per Bruno che si limitava a qualche mugugno.
Il problema si presentava con Arturo, il più giovane. Cosa ti faceva? Decisa, tagliava il sotto, cuciva un elastico per serrare il pantalone all’altezza del ginocchio e in ultimo a sostenerlo un’unica bretella, messa di traverso.
“I pantaloni alla zuava li portano solo i figli di papà, bello
di Nina tua!”, schioccando un bacione ad Arturo, che aveva iniziato a piangere fin dall’inizio di quella rapida trasformazione del pantalone.
Un giorno mi confezionò un pantalone bianco di rasatello.
Bellissimo! Ad una bancarella mi comprò una magliettina mezze maniche, bianca, con righine verticali multicolori.
“Ma chi è Renato Salvatori?…”, mi dicevo.
Ammirandomi allo specchio il completo mi stava bene, mi sentivo bene, mi vedevo bello.
Al tramonto mi diressi giù alle Sciabiche, imitando l’andatura dell’attore di Poveri ma Belli. In quei vicoli avevo già guadagnato parecchi punti come cantante. Quando mi presentai con quel nuovo look la mia comitiva mi guardò con ammirazione mista ad invidia.
Le Sciabiche era un rione che aveva già i suoi begli annetti; le casupole erano affastellate l’una sull’altra, alcune erano semplicemente un ammasso di macerie, vicoletti senza nessuna logica di viabilità. All’alba i vasi da notte, i buglioli, venivano versati in mare che dista una trentina di metri, le casupole venivano imbiancate a calce. Qualche lampione arrugginito illuminava angoli che a me sembravano di una bellezza struggente. In quella coreografia davo il meglio di me con le prime canzoni di Carosone.
Quell’estate venne a passare le vacanze, ospite di alcuni parenti, Susanna Tutta Panna, come fu subito battezzata.
Bella! Rassomigliava a Marisa Allasio. Si innamorò di me.
Mi seguiva passo passo, in compagnia delle amiche.
Una di queste me lo confidò con aria complice.
Se mettiamo a confronto un ragazzo adolescente e una ragazza della stessa età, credo risulti evidente a tutti la differenza di maturità. Io avevo sedici anni e Susanna venti: questo era il problema. Quattro anni di differenza a quella età sono molti, difficili da colmare. E’ vero che due anni prima ero stato con una signora di cinquanta, ma non vidi alcun cartello con le ISTRUZIONI PER L’USO nella penombra di quella stanza putrida, dove persi la mia verginità per cento lire.
“Bello”, mi rispose allora Cacafavi. “Nei casini ufficiali si paga trecento lire a marchetta”.
Era una cifra esagerata per quell’epoca. Dopo quella volta c’erano stati solo lavori artigianali fatti a mano.
Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, chiesi un consiglio al capomastro che mi pareva il più serio.
“Pensa”, dissi gongolando. “Ha quattro anni più di me. E’ bellissima. Ma non so come comportarmi, dove portarla. E per di più ha uno zio malavitoso”.
Mentre esponevo quel problema nelle sue varie sfaccettature, mi vedo arrivare quel porco di Cacafavi (giuro che si chiamava così), che, con due manate sulle spalle del capo, gli fa:
“Cessu cessu?”
Il capo si gira di soprassalto, poi con un sorrisino gli dice:
“Niente di che. Rino ha qualche problemino con una bella ragazza”.
“Cumpà, stordiscila con uno schiaffone e scopala” mi dice Cacafavi, guardando subito il capo.
“Ma che minchia dici!”, gli risposi.
E il capomastro: “La ragazza è innamorata e Rino non sa dove portarla”.
Riparte Cacafavi, rivolgendosi a me con la fronte corrugata:
“Sciabiche? Hai detto le Sciabiche? Portati una coperta, strascinala in uno dei tuguri, e scopala!” facendo un movimento con la mano come quando si impasta la farina con le unghie conficcate nel palmo.
“Ma se sono pieni di topi! Il Comune nemmeno col veleno
riesce a sfrattarli”, gli risposi.
“Meglio!”, mi sbraita dopo aver gettato un occhiata complice al capo. E, come rispondendo alla mia domanda muta (Meglio?) continua:
“Sì, meglio! Fidati, sarà talmente terrorizzata che ti si attaccherà come una cozza, tutta tremante. Abbi fede. Quello è il momento buono, ascolta a me!” E inizia a parlare sottovoce, che anche il mio capo gli si avvicina quasi guancia a guancia per sentirlo. Poi continua rivolto a me:
“Mi raccomando, ti ricordi come si fa, siii? E’ come andare in bici: dopo la prima volta non puoi sbagliare”.
Vedendomi alquanto confuso, mi mette sotto il naso pollice e indice uniti agitandoli come un campanellino:
“Sveglia! Devo farti un disegnino? Noo? Va bene, mi fido”.
E con la voce diventata ormai un sussurro:
“Falla stendere con delicatezza sulla coperta, baciale con
tenerezza gli occhi umidi di pianto…e scopala ‘sta zoccola!”
Capii che mi avevano preso in giro quando vidi una nuvoletta di polvere levarsi dai loro vestiti completamente impolverati, a causa delle continue manate che si davano sulle gambe mentre, piegati in due, se la ridevano ormai apertamente. Rimasi senza parole. Non c’era niente da dire: c’ero cascato.
A peggiorare la situazione, la sera stessa, ci pensò mio fratello Gino che, pur vedendomi in compagnia degli amici, mi mollò un ceffone mentre facevo il fanatico fumando una Pall Mall.
Nel silenzio che seguì, uno della comitiva disse:
“Be’, vi saluto. Domattina presto mi tocca uscire al largo con mio padre”.
E un altro: “Oè, so’ già le nove. Madonna come passa il tempo!” E si dileguò, come il terzo che se ne uscì:
“Che palle, domattina tocca a me svuotare lu cantru”.
Insomma, alla fine rimase a tenermi compagnia un ragazzo che cantava come Luciano Taioli e che in comune con quel cantante aveva la gamba, mi pare la destra, offesa e, come lui, aveva iniziato a fare il calzolaio con la segreta speranza di avere lo stesso successo.
Un paio di sere dopo mi sentii come due martellate sulla spalla sinistra. Era lo zio di Susanna, il bombarolo, che aveva perso la mano in una delle tante pesche di frodo e l’aveva sostituita con una di legno. Un tipo smunto, dinoccolato, con quattro peli biondi a lato delle orecchie, odiatissimo da tutto il rione perché dove passava lui non crescevano più neanche le alghe. “Giovane: o lasci fottere a mia nipote o…la vedi questa?”, agitandomi la mano di legno sotto al naso. “Ti spezzo tutte e due le braccia ricchione!”
Avevo mascherato la paura col mio infallibile-sorriso-simpatia.
E in quell’attimo ho letto nei suoi occhi: a) questo non ha paura b) questo è scemo c) questo è ricchione.
Dopo un paio di giorni la rispedì a casa dai genitori.
Susanna mi aveva lasciato un po’ ammaccato; per di più vedevo negli occhi degli amici una certa delusione.
Perciò, senza pensarci due volte, combinai un appuntamento con due sorelle di tredici e quattordici anni…alte e bionde che parevano due svedesi! Quella sera mi portai dietro Vito che era quello con cui ero più affiatato, anche lui con pantaloni bianchi…CHE PALLE! Pensavo che il peggio fosse passato.
Mentre mi sollevavo sulle punte dei piedi per sbaciucchiare la mia all’improvviso ci arrivarono addosso due giganti biondi, sbucati dal nulla, che ci gonfiarono di botte.
“Che fortuna... Pensa se i fratelli fossero arrivati dieci minuti più tardi…ci avrebbero raccolti col cucchiaino”, dicevo a mo’ di consolazione a Vito mentre si teneva la mano sull’occhio pesto. E lui, canzonandomi, con un ghigno mi fece:
“Minchia che culo! Domattina vado ad accendere un cero a San Teodoro”.
Lo spione era stato un tipo brutto, invidioso come una scimmia, con un sorriso infido stampato sulla faccia. Anche lui, ebbene sì, si era fatto i pantaloni bianchi. Era imbarazzante: sembravamo un gruppo di ragazzi di un college esclusivo in gita-premio, con tutte quelle arie del cavolo per un pantalone di merda.
Ventiquattro anni dopo, ero già tornato a Brindisi, un simpatico contrabbandiere mi raccontò che conosceva l’Infido il quale, una sera, sul tardi, si presentò a casa sua tutto sconvolto, chiedendogli di aiutarlo a trovare la figlia tredicenne scomparsa. Temeva un rapimento, tipo vendetta trasversale.
Il mio amico mi fa:
“Verso mezzanotte, dopo averla cercata per tutta Brindisi, la
trovammo su una panchina, giù ai giardini pubblici, sotto al
monumento al Marinaio d’Italia, in compagnia di un tizio”.
Ed io, come strizzando ritmicamente una palla da tennis in mano:
“E allora?”
“Aveva la refurtiva in bocca!”, concluse l’aspirante boss.
Uccio, il primogenito, nel ’55 lavorava alla Standa come aiuto magazziniere.
Stufo dei calzoni bianchi gli chiesi di comperarmi un paio di pantaloni Jolly. Erano i primi jeans prodotti in Italia. Avevano un papero come logo. Finalmente una sera con un mezzo sorriso mi portò i jeans. Rimasi deluso non appena mi accorsi che mi stavano larghi.
“Me li devi cambiare!”
Gli feci notare con gli indici che, all’interno del giro-vita, c’era un vuoto ridicolo. E lui:
“Non se ne parla nemmeno. Stringili con uno spago, sotto una maglietta non si vede niente. E non mi rompere le palle”.
“Questi vanno aderenti; così fanno cagare”.
E mamma: “E su, Rino a mamma, ti stanno bene”, vedendo Uccio che cominciava ad incazzarsi. Io non volevo sentire ragioni:
“Fanno schifo, me li devi cambiare!”
“Smettila se non vuoi che ti faccio mangiare pappine per un
mese”.
“E dai, che ti costa cambiarglieli…”, intervenne di nuovo mamma, stavolta provando a placare Uccio.
“Mi costa! Perché devo chiederlo a quello stronzo di magazziniere che mi sta sulle palle e che, un giorno o l’altro, lo metto ko”.
“Non me ne frega niente, hai capito? Me li devi cambiare”.
Mi arrivò un diretto alla mascella. Caddi sul pavimento semisvenuto. Sentivo appena mamma che urlava:
“Ha ‘ccisu lu piccinnu mia! Ha ‘ccisu lu piccinnu mia!”
Uccio aveva già sostenuto, con buoni risultati, una decina di incontri di pugilato a livello dilettantistico come peso medio.
Alla fine mi cambiò i pantaloni e in più mi regalò un impermeabile di nylon blu.
Mancavano pochi giorni a Pasqua e io non facevo altro che provare l’impermeabile. Collo alzato, cintura sui fianchi, sigaretta in bocca, pensavo con perfidia ad un paio di tipi della mia combriccola, non più alti di un metro e mezzo per novanta chili di peso. Era stata l’estate più calda degli ultimi decenni.
Intanto Uccio aveva chiesto il trasferimento alla Standa di Torino.
In inverno Uccio e Gino attendevano con ansia le riviste musicali che nelle loro tournèe facevano tappa anche a Brindisi. Per i giovani playboy di allora era l’evento più atteso dell’anno.
Quanto erano belli Uccio e Gino mentre eleganti e con passo marziale si dirigevano verso il Teatro Verdi, una bomboniera, a vedere la prima con la bella soubrette ed il capocomico di turno ma principalmente per le Blu Bell che loro due seduti in poltronissima potevano quasi toccare.
Uccio invariabilmente si fidanzava con una delle splendide ballerine che ai suoi occhi si era distinta per una qualche attrattiva. Per un paio di giorni ne parlava come se realmente fosse al suo fianco in carne ed ossa.
Passato l’incanto, tornava dalla ragazza di turno, ritrovandola di nuovo attraente, dopo quarantotto ore di astinenza.
Il Teatro Verdi fu seriamente danneggiato da una tromba d’aria la mattina che in compagnia di un mezzo delinquente andavo a curiosare al mercato del giovedì. Se non ricordo male era la primavera del ’56. Gironzolando in mezzo alla folla mi accorsi che il mio compagno stava rubando qualcosa. Scappai via.
Dopo un po’, tranquillizzato, mi fermai presso una bancarella, con una montagna di indumenti usati di tutti i tipi che arrivavano dall’America. Rimanevo incantato vedendo quei jeans logori, le camicie in tela celeste con bottoni di latta, le cinghie più strane. Avrei solo potuto sognarli.
Immaginavo la faccia del Principe se mi fossi presentato a casa in jeans e camicia di tela così sbrindellati.
“Cosa sono quegli stracci che hai addosso?”
“E’ roba americana e a me mi piacciono”.
“Senti un po’, robamericana”, facendomi il verso. “A me piacciono, neru! Non avrai intenzione di uscire di casa vestito come uno straccione?”
“E allora perché fai tutte queste storie se anche a te ti piacciono?”
“Neru, a me piacciono. Si dice a me piacciono, ignorante!”
“Si ma in fondo cosa c’è di male?”
“COSA C’E’ DI MALE?! COSA C’E’ DI MALE?! C’è che quegli stracci non li indossano nemmeno i più pidocchiosi dei pidocchiosi di Brindisi. Togliteli subito altrimenti ti spezzo le gambe. Non ci provare nemmeno ad andare in giro come un
accattone. Hai capito Neru?”
Gino fuori del lavoro ha sempre vestito casual classico, con una particolare preferenza verso il cashmire e il twed.
Non avrei mai immaginato che qualche decennio dopo quegli stracci li avrebbero venduti nelle boutique.
Mentre ero perso nelle mie fantasticherie, era calato un buio freddo, immobile.
All’improvviso si alzò un vento che fece volar via tutte le merci, come fossero coriandoli. Tra urla di terrore vorticava di tutto: ombrelloni, vestiti, caramelle…era volato persino il chiosco che le vendeva in Corso Roma.
Era stata una tromba d’aria di tale violenza, che a memoria d’uomo non ce n’era stata una più distruttiva di quella.
Non si contò alcun morto; solo lividi in testa ai più stronzi, sottolineò Gino.
Secondo me quel giorno fu l’inizio della fine di un’epoca: con
l’arrivo del benessere fu scardinato anche il rispetto reciproco e la civile convivenza.
Le misure adottate dall’amministrazione comunale mi piace pensarle così.
Dopo qualche giorno, valutati i danni dai tecnici, il Sindaco e la Giunta conclusero che la tempesta era stata un Segno del Cielo:
Brindisi doveva proiettarsi nel Futuro.
E allora: giù ‘sti ruderi antichi ‘sti teatri ‘ste torri!
Al loro posto costruirono casermoni moderni in cemento.
Il Sindaco e la Giunta si riunirono in seduta straordinaria: magri, seriosi, in grisaglia scura, preoccupati per i danni che
quella tragedia aveva provocato in particolare ai quartieri più poveri, fatti di case che si tenevano su con lo sputo.
Dopo la tromba d’aria, quelle stesse famiglie, le avevano ridotte ancora peggio con calci, spinte e martellate.
Il Sindaco:
“La nostra gloriosa città che ha ospitato Virgilio negli ultimi
giorni di vita, dove l’Impero Romano collocò le due colonne
terminali della Via Appia, a ridosso del nostro porto –il più bel
porto naturale di tutto il Mediterraneo-, dove i nomi più illustri di quell’Impero venivano a villeggiare e a mangiare le nostre ostriche, questa città che per la sua stessa posizione strategica ha permesso agli Alleati di sconfiggere il fascismo e il nazismo, deve rimanere quel faro culturale che è sempre stata dall’Antichità ad Oggi!”
Tutta la Giunta in piedi commossa ad applaudire
rumorosamente alle parole del Sindaco, con Francesco, il segretario, che gli strattonava insistentemente la fascia tricolore, borbottando qualcosa.
Irritato e distratto, nel momento più solenne, il Sindaco esclamò:
“E Franciè! E che cazzo, parla un po’ più forte!”
“Senta Signor Sindaco, non vi sembra che stai pisciando di fuori?” A voce alta, mentre la Giunta aveva assunto un rispettoso silenzio.
Dopo un attimo di gelo, il Primo Cittadino, mandato affanculo Francesco, concluse:
“Daremo una svolta storica: tradizione ed innovazione!”
Chiusero la seduta con abbracci commossi.
Arrivarono tramite la Cassa del Mezzogiorno vagonate di aiuti statali. Buttarono giù costruzioni di tutte le epoche.
Alle periferie costruirono case popolari, assegnando le prime alle famiglie che “avevano dato una mano” alla tromba d’aria.
Una di queste costruzioni, in uno slancio mistico, la chiamarono Il Paradiso.
Erano abitate perlopiù da gente vivace e competitiva che, malgrado il carico di sigarette, vinceva quasi tutte le gare con le motovedette della Guardia di Finanza, grazie a fuoribordo dotati di due potenti motori. Di quei motoscafi a forma di sigaro, negli anni ’70, ce n’erano a decine attraccati nel porto interno.
Ormai l’Amministrazione, lanciatissima, permise la costruzione a partecipazione statale del Petrolchimico: una gigantesca raffineria, tra le più grandi d’Europa e, come se non bastasse, a ridosso del Lido Sant’Apollinare, la mia Bora Bora dove ho passato gli anni più belli della mia fanciullezza.
Oggi sarebbe il set ideale per un film di fantascienza post atomico. Intanto al Petrolchimico furono assunti migliaia di dipendenti, perlopiù venuti dalla campagna che, con lo stipendio fisso, pensavano di fare una vita più tranquilla.
C’era però un problema.
Erano obbligati a timbrare il cartellino d’entrata e d’ uscita.
In breve tempo molti di loro iniziarono ad accusare strani sintomi che, con le conoscenze di oggi, sarebbero stati diagnosticati come forme depressive acute.
“Ma quando mai!”, dicevano. “Oè, noi da che mondo è mondo abbiamo sempre campato coi tempi della natura e della campagna: quando c’è da lavorare ci facciamo un culo così sennò si sta tranquilli a fumare e bere davanti al camino.
Ecchecazzo!”
Il sindacato, sfinito dalle lamentele, pretendeva tempi più consoni ai ritmi tradizionali di questa gente. La direzione li mandò a cagare.
Di seguito riporto testualmente una parte di un articolo apparso su La Repubblica del 9/11/2000:
Avvisi di garanzia per i dirigenti di Enichem, Montedison Evc e Celtica ambiente. Ipotesi di reato: strage colposa.
Brindisi, 68 indagati per i morti al Petrolchimico.
L'ipotesi di reato è tremenda: aver provocato tumori e malattie mortali o permanenti agli operai che lavoravano al Petrolchimico di Brindisi. La procura della città pugliese ha inviato 68 informazioni di garanzia nei confronti di dirigenti ed ex dirigenti delle società Montedison, Enichem, Evc e Celtica ambiente. Strage colposa, disastro ambientale colposo, lesioni gravi, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro: ecco lo scenario su cui stanno lavorando i magistrati. Ed ecco di che cosa sono indagati direttori di stabilimento, direttori del personale e responsabili della sicurezza, avvicendatisi nel corso degli anni. E' stato anche disposto il sequestro dell'intera area dell'insediamento chimico, pari a circa 270 ettari.
Nei primi anni 60, con l’arrivo del benessere, quei ceti emarginati che fino ad allora avevano svolto i lavori più umili, arrotondando le loro entrate con reati di poco conto, erano via via progrediti, iniziando col contrabbando di sigarette mentre
l’èlite si era data alla politica o all’imprenditoria, forti delle aspettative di ricchezza che si andavano col tempo prospettando, arrivando infine a pensare e fare come se la città fosse cosa loro; i primi con minacce e violenze di ogni tipo, i secondi con favoritismi e promesse da marinaio.
Non so come sia andata a finire con i 68 indagati ma per quel poco che so sulla giustizia…
Qualcuno ha detto “non si dovrebbe mai tornare nei luoghi in cui si è stati felici”.
La domanda di Uccio per il trasferimento alla Standa di Torino fu accettata. Partì con Gino.
A sedici anni mi ritrovavo ad essere il capofamiglia. Eravamo rimasti in sette.
La paga settimanale di muratore la consegnavo quasi tutta a mamma, ma non era sufficiente finchè dopo qualche mese, anche Uccio e Gino, che intanto aveva trovato lavoro come decoratore con la mediazione di Mario (Occhio di Lince), iniziarono a mandare un po’ più di soldi.
L’ultima estate che passai a Brindisi è legata ad alcune sensazioni particolari. La libertà di rincasare a qualsiasi ora. L’amico stressato da tutte le mie fantasticherie su ciò che avrei realizzato a Torino, in particolare con le ragazze che eravamo convinti che al Nord fossero più facili…col cavolo!
Quando a notte tarda rientravo, vedevo una città tranquilla e silenziosa con in giro al massimo qualche gay che tentava di agganciarmi e qualche rara macchina di passaggio.
Una volta arrivato a casa, entravo dal retro dove la porta rimaneva sempre aperta. Vi era una tenda che appena la toccavo liberava una miriade di mosche che iniziavano a ronzarmi intorno. All’interno mi aspettavano altrettanti scarafaggi che, appena accesa la luce, schizzavano in ogni direzione.
Un giorno d’agosto, finalmente, arrivò il telegramma di Uccio che mi comunicava data e ora della partenza per Torino.
Dedicai l’ultima settimana a salutare gli amici.
Andai a Fiume Grande, una zona di mare situata nel porto esterno, frequentata dalla maggior parte dei miei amici.
Le cabine erano costruite su palafitte, provvisorie, traballanti.
Nel momento del congedo gli amici mi sembrarono un po’ freddini. L’unico a mostrarsi contento per la mia partenza fu L’Infido. Quella giornata mi rese confuso e triste.
Mi sorsero dei dubbi, da cui ancora oggi non ne sono venuto a capo…
…erano commossi per la mia partenza…
…erano invidiosi che andassi a vivere a Torino…
…finalmente ‘sto stronzo si toglie dalle palle.
Mamma con le lacrime agli occhi mi ripeteva:
“Mi raccomando a mamma, di’ a Uccio di mandare un po’ più
di soldi”.
Fumo l’ennesima sigaretta, seduto all’ingresso della Galleria dove dipingo falsi d’autore.
E’ un calmo pomeriggio d’ agosto: si sentono come echi i rumori dei tubi e il lontano vociare degli operai dietro il muletto che, con casco protettivo ed apposite tute, stanno montando gli stand per la Fiera di Sant’Agostino 2009 di Senigallia. Ad un tratto, osservando quella magica luce che dura qualche minuto prima che il sole tramonti, irrompe una voce, dall’accento a me tanto caro:
“Fa né il piciu, alè periculus!” In dialetto piemontese!!
E mi rivedo nell’agosto del 56 quando, ad aspettarmi alla stazione di Porta Nuova, a Torino, c’era Mario (Occhio di Lince), amico di Uccio.
Ero arrivato nella Terra Promessa! Tanta era la gioia che tentai di abbracciarlo. Mario si allontanò da quell’abbraccio, tenendomi le mani sulle spalle. Con l’occhio (l’unico), che mi scrutava:
“Matonna quantu si neru!”
Rimasi interdetto pensando in cosa avessi sbagliato.
Ci avviammo verso la pensione che era nei pressi di Porta Palazzo.
VIETATO L’INGRESSO A CANI E MERIDIONALI, all’ingresso di un bar. Sembrava un incubo. NON SI AFFITTA AI MERIDIONALI, sul portone di un condominio. Ed io pensai:
Minchia che Terra promessa!
E dire che mi ero portato, oltre ad una valigia di cartone poco più grande di una ventiquattrore, un impermeabile in nylon blu oltremare (che mi stava da dio) che non avevo ancora avuto l’opportunità di sfoggiare.
Durante il tragitto, in quel caldo pomeriggio d’agosto, Torino mi sembrò una città fantasma (quasi tutti i torinesi erano in ferie). Incrociavamo di tanto in tanto dei tipi cupi, tristi, scuri di carnagione; sembrava sentissero e parlassero con qualcuno che solo loro vedevano. Dopo qualche giorno capii. Erano i più poveri dei meridionali che, non possedendo una vettura come Dio comanda, non avevano il coraggio di presentarsi giù al Paese nelle stesse condizioni in cui erano partiti. M’immaginavo che borbottassero tra loro frasi tipo “vedrete brutti stronzi con che macchina vengo giù l’estate prossima. Vi farò schiattare di invidia, a costo di lavorare dieci ore al giorno, compresa la domenica”.
E poi c’era il problema della carnagione scura, che era come se c’avessimo scritto in fronte SONO UN NAPULI, UN BRUTT’ TERUN’. Proprio per questo i torinesi, in quei primi anni cinquanta, ci evitavano come la peste, meno quelli che non potevano farne a meno ovvero gli impresari edili. Capii anche perché Mario, appena scese dal treno, mi disse questa frase “Madonna quantu si neru!”, l’avevo scambiata quasi per un rimprovero.
Oggi, con tutta quella gente di colore che vive a Torino, cosa penseranno quei pochi torinesi Doc, in via di estinzione?
La pensione sembrava più un dopolavoro per muratori e imbianchini. Non parlavano d’altro. Ad aspettarmi c’erano i miei due fratelli più grandi. Uccio, frettoloso mi fa: “Io e Gino dobbiamo uscire. Questi sono i soldi per il tram. Domani mattina ti accompagnerà Scorzanera sul lavoro. In cucina ti daranno il baracchino col pranzo”.
Gino mi salutò appena con un cenno del capo, continuando a parlare con i tipi che aveva di fronte.
Anche gli ospiti della pensione erano quasi tutti brindisini che continuavano a chiamarsi con gli stessi soprannomi da generazioni: Scorzanera, Cacafavi, Batti-Batti, Settigiacchetti, Zalamort. Solo uno aveva un soprannome contemporaneo. Si era fatto un taglio di capelli dopo aver visto Fronte del Porto. Ancora oggi lo chiamano Marlon Brando.
Prendemmo posto nella sala ristorante, rivestita con pannelli di linoleum verde fino ad un metro da terra, pavimento noce scuro e tovaglie a scacchi bianchi e verdi.
Si parlava solo in dialetto con sfottò, rutti e risate.
Come primo spaghetti al ragù, a seguire cotolette alla milanese. Il tutto innaffiato dal vino della casa a piacere. Finita la gara di rutti si andò su a dormire. Nella mia stanza arredata come fosse la cella di un gruppo di monaci, c’erano sei letti.
Gli schiamazzi si affievolivano lentamente e risuonava sporadica qualche ultima scorreggia. Alcuni già russavano. Io, stanco del viaggio, mi addormentai.
Uccio e Gino dormivano in una pensione a tre stelle.
L’indomani, a Porta Palazzo, prendemmo il tram numero 9 che ci portava direttamente al cantiere di Piazza Massaua.
Scorzanera lavorava da muratore, mentre io dovevo fare da manovale a un intonacatore veneto, un omone grande e grosso quanto un armadio, di nome Moreno, che aveva preparato una montagna di malta. Dovevo riempire una caldarella e portarla nella stanza a fianco, dove intonacava su un ponteggio alto un metro circa. Ad un rapido colpo d’occhio mi dissi:
“Beh! E’ una passeggiata”. Portai la prima.
Me la fece svuotare su una tavola di sessanta centimetri per sessanta, con sotto un’impugnatura per reggerla. Con la destra impugnava una cazzuola grande quanto una pala.
Capii ben presto che l’avevo fatta fin troppo facile.
In un paio di minuti stendeva la malta, il Polentone. E, prima di terminarla, la successiva doveva essere già sul ponteggio. Così per nove ore, a parte la pausa pranzo, quando trincava il suo bianco da una specie di piccola zucca essiccata, senza mai rivolgermi la parola.
A fine giornata, mentre stanco pulivo gli attrezzi, incrociai il suo ghigno. Parlando coi miei concittadini capii che le due etnie erano come il Diavolo e l’Acquasanta.
Nei giorni successivi trincava qualche volta anche durante le ore di lavoro. Un giorno, durante la pausa pranzo, tentai, agitando le mani nella speranza di farmi capire meglio, di raccontargli delle difficoltà passate a Brindisi. Dopo un paio di minuti desistetti, imbarazzato.
Avevo la sensazione che con Moreno fosse stato un dialogo tra sordomuti, a causa delle enormi differenze dei due dialetti. Come se un arabo pretendesse di farsi capire da un finlandese o viceversa, ma soprattutto per la sua strafottente ironia visto che, di tanto in tanto, interrompeva la mia tiritera inclinando il busto a quarantacinque gradi ed emettendo delle scorregge così potenti che l’onda d’urto sollevava la polvere.
“Chi cazzo si crede di essere?”, disse Scorzanera alle mie rimostranze contro Moreno. “Anche lui è arrivato a Torino con le pezze al culo”.
Dopo trent’anni chiesi al figlio di Scorzonera come mai il Veneto era diventata una delle Regioni più ricche d’Europa.
E lui: “Grazie al cazzo. Se si fermano un minuto di più, diventano dei ghiaccioli alla grappa”.
Negli anni ’50 i torinesi ci vedevano con la sveglia al collo e l’anello al naso. A peggiorare quella convivenza, la facilità con cui molti meridionali estraevano il coltello.
Al di sotto di una linea ideale che va dal sud di Roma al sud di Ancona, venivamo etichettati come Napuli.
Oggi, con circa tre quarti di popolazione che arriva dal sud del sud del sud del sud (‘azzo mi sono inceppato) del mondo, mi metto per un attimo nei panni dei torinesi D.O.C. che amano definirsi Bugia Nen (che sta per abitudinario, restio ai cambiamenti, metodico) e non posso che dargli ragione.
In quei primi mesi, dopo il lavoro, ci si incontrava al Bar Torino di Porta Palazzo. Tutti brindisini. Questo ci faceva sentire come a casa. La cassiera del bar era una gran bella madamì sui trent’anni: castana, occhi azzurri, prosperosa, che ci faceva arrapare tutti come scimmie.
Un brindisino, che chiamerò Paolo, riuscì a conquistarla.
Lei abitava al primo piano sopra il bar.
Un tardo pomeriggio d’estate, mentre eravamo tutti seduti ai tavolini esterni, saltò fuori di colpo dal bar il marito, sconvolto.
Appoggiò una scala al muro ed entrò in casa dalla finestra.
Dopo pochi istanti si udirono urla, pianti e grida.
Poco dopo Paolo uscì dal portone del piano terra, pallido, scarmigliato, il viso stravolto, la bocca una fessura che faceva risaltare ancor più la mascella. Col passo da ballerino di flamenco se ne andò, senza salutare nessuno.
Restammo tutti imbambolati, guardandoci l’un l’altro con un ghigno d’orgoglio, come se il fatto riguardasse ognuno di noi.
Paolo smise di frequentare il bar. Il marito che ci guardava ormai con occhio torvo, aveva intanto fatto pace con la moglie che purtroppo aveva perso quell’intrigante aria da zoccola.
Cambiammo zona e cominciammo a frequentare un bar di Via Livorno. Mario abitava da quelle parti.
Una sera di dicembre passeggiavo da solo per Porta Palazzo innevata, sfavillante, addobbata di luci che si riflettevano sul bianco della neve. Ragazze e ragazzi all’esterno dei negozi si divertivano con l’hula hop.
La musica natalizia si confondeva con quella dei Platters.
In quell’ atmosfera, assieme alla musica, percepivo sussurri inquietanti:
“Napuli, Rumpi né i cuiun! Piciu, vai a travaiè! Torna al tuo pais! Torna al tuo paese!”
Per un po’ presi in considerazione quella ipotesi.
Ripensavo alle amiche di Brindisi, visto che a Torino per sei mesi ero andato in bianco. A questo si contrapponeva come uno schiaffo la soddisfazione dell’Infido e di altri due o tre stronzi della cricca delle Sciabiche, che avrebbero gongolato vedendomi tornare come un morto di fame.
La mamma e il resto della famiglia erano arrivati a Torino da poco. Rimaneva Zia Tina che era sempre stata molto affettuosa con noi più piccoli. Ma dovetti scartare anche questa ipotesi.
Ripensai alle briciole di pane che tracciavo dal suo cortiletto fino ai pochi metri che portavano alla soglia di casa nostra dove Gino, acquattato dietro la porta, era pronto a tirare il collo alla prima gallina che arrivava e dove immediatamente cancellavo ogni traccia di briciole.
Dopo otto o nove aborti spontanei mia zia partorì Tonino che morì di tumore il 13 ottobre del ’76, a trent’anni. Lavorava in quel cesso di Petrolchimico. Zia Tina si lasciò morire tre anni dopo.
Scartai l’ipotesi di rimpatriare e trovai lavoro presso una fabbrica per lo stampaggio e il confezionamento di fiori in plastica.
Mi ci portò Umberto, un pugile, tanto per cambiare, peso gallo, che frequentava il bar di Via Livorno. In fabbrica lui faceva il magazziniere ed io iniziai alle presse di stampaggio.
Umberto è stato in assoluto il mio più fidato e caro amico, il mio body guard per tutti i miei dieci anni di permanenza a Torino.
Con lui mi sentivo protetto.
In fabbrica non si stava male.
Eravamo una trentina di dipendenti, in maggioranza donne.
Il chiuso della fabbrica mi schiariva via via la pelle. L’unico altro brindisino era Umberto, perciò ero costretto a parlare in italiano.
Uccio aveva trovato casa in affitto in Corso Giulio Cesare, al
n° 21.
La fabbrica di fiori distava circa cento metri da casa. Nei pressi c’era la Facis che confezionava vestiti da uomo. Era una grande fabbrica che occupava tutto un isolato.